20/08/2007
a perla peragallo
...con quella tua anima limpida, dura e generosa, feroce e sublime...
I.D
Certe
volte si è schiavi e imparare a vedere, imparare a sciogliere le catene
del proprio inganno, mi rendo conto che in questo mondo, in questa realtà
rapida e micidiale, è sempre più privilegio di pochi. E costa
molto. Costa prima di tutto il peso di un'indagine continua dentro di sé
e dentro le cose, ed è un biglietto di sola andata. Perché se
t'imbatti nell'avventura di quel viaggio, le cose inizieranno a svelarsi e
lo specchio ad essere implacabile. La verità non è raggiungibile
perché essa forse è il viaggio stesso quando lo si percorre
scavando passi profondi nella terra. E per potere vedere oltre la dimensione
delle menzogne quotidiane si deve
anche essere capaci di dare via pezzi di sé, di morire e di vedersi
riflessi nello specchio e non riconoscersi più per come si è
stati fino a quel momento, il momento della partenza, appunto. Ci vuole coraggio.
Coraggio per affilare lo sguardo, coraggio per disilludersi, coraggio per
divenire nudi, coraggio a farsi colpire coraggio di restare probabilmente
soli. Ma la ricompensa di questa fatica è la meraviglia, la vibrazione
dell'universo dentro il dettaglio sonoro di una voce o la magia di un gesto,
la carezza leggerissima e poi quasi ineffabile del tocco divino che si fa
percepire quando ogni cosa è armonia. E l'armonia la si può
sentire nell'evocazione della sacra creazione, in quel che di Bellezza che
l'arte stessa riesce a trasmettere. E' per quell'attimo d'elevazione, per
quella carezza, per quel sentirsi parte di un tutto e quindi Uno con esso,
che si compie la sfida, che certe persone intraprendono il viaggio.
Perla resta una Maestra vera, di teatro e di vita, anche nella sua furia, anche con le sue durezze, anche con le sue debolezze, anche per il suo grande amore così aspro e così vitale. Perché è. Una delle cose più importanti che mi ha lasciato è quella di un teatro pulito, fuori dalla logica della via facile, lontano dal chiasso che costringe esso stesso a piegarsi all'insulto del compromesso, alla volgarità di diventare mero materiale di compravendita, alla schiavitù della falsità dei rapporti che facilitano la sua esistenza nei teatri. E questo è stato un male perché di certo chi resta affiancato al suo insegnamento non potrà che godere delle difficoltà di mantenere in piedi un'arte sacra anche a costo di restare soli, anche a costo di non farla e abbandonare la scena come ha fatto Perla "perché non è giusto che io finga". E questo è stato il più grande bene perché l'Arte ha gli occhi di Dio, e lo sguardo potente di un Mistero che coltiva l'anima di chi la guarda, di chi la fa... restituisce il senso dello stare, dell'universo, del sentirsi e del fare sentire vivi... questo non sarà mai vendibile, non sarà mai udibile da chi è troppo indaffarato a gestire dinamiche di potere , a contemplare solo se stesso... anziché la Bellezza, anziché l'Amore...
Ilaria Drago

Dovevo
portargli una candela, era la fine della Tempesta, io ero Ariel, lui Prospero;
il delicato movimento dei suoi polmoni prendeva aria e la restituiva intorno
come poesia. Le luci erano spente, lui aspettava che gli porgessi quel piccolo
calore acceso di vita. Ma la fiamma sembrava intontita e non voleva restare
a fare il suo dovere d'illuminazione. Quando Leo ha preso in mano la candela
la fiamma era quasi solo un ricordo e lui ha dovuto soffiare le sue parole
tanto adagio che sembravano pensieri. L'aria in teatro era diventata solida,
tutto sembrava fermo, muto; la tensione del pubblico era lì, a sperare
che si potessero vedere ancora per un po' i lineamenti di quell'uomo, a
pregare che nessun accidente portasse via dagli occhi quella visione di
mago capace di "sollevare le onde a tanto fragore". E come mago
infatti Leo ha piegato la piccola luce alla volontà dell'opera d'arte
facendole seguire l'incantesimo della sua voce profonda, quella che sapeva
scovare note impossibili nella pancia, fino all'ultima sillaba della sua
battuta, mentre le maree si alzavo e abbassavano sotto la luna.
Leo è anima che popola i miei sogni; mi racconta di come si fa a
fare il teatro vero, quello di poesia, quello dei fiori lanciati in aria
mentre Ofelia chiama suo padre, bestemmia l'amore spietato di Amleto; quello
mascherato, di salti, capriole, voci lanciate come aghi a pungere il petto
di chi l'ascolta; quello di Totò che voleva fare il Principe di Danimarca.
Leo lascia dentro i miei occhi l'immagine di una scena bianca, al centro
la poesia incarnata, l'uomo-parola terso, senza più nome, perché
ha compiuto il suo viaggio e la maschera, lungo quel cammino, s'è
sgretolata, consumata, e caduta giù.
Se Perla mi ha inciso in cuore, la necessità della materia, con la
sua frizione di sangue che ribolle, la necessità della carne e della
Terra dove s'innesta la forza delle radici, Leo è la tensione poetica
che raffina e muta quella stessa materia in Bellezza tesa al Cielo.
E la scena bianca che ho davanti, quella di Leo Adamo ed Eva, diventa in
me il vestito da sposa indossato per Lear Opera, è un matrimonio
inevitabile con il suo gesto poetico, e con il mio di ora.
La voce di Leo è semina, e in chi resta, se è capace di curare
la terra dove è caduto quel seme, se la concima e la ama, cresceranno
nuovi frutti.
E' il dono più grande che un uomo possa fare ad un altro, è
un insegnamento che, passando per il teatro, di tavole e odori, di voce
grattata, gridata e sussurrata, di Prospero e Totò, va molto al di
là del teatro stesso.
Ilaria Drago
