del
teatro che mi anima
Teatro,
luce, sete, pulsare dell'esistenza, coraggio, nudità, nostalgia, bellezza,
libertà. Libertà di cercare di essere vivi, di cercare e di
sbagliare
per cercare ancora. Libertà di sporcarsi le mani, di
spaccarsele le mani; di confondersi costantemente, di non avere certezze,
di gridare la gioia, di sperare in un futuro. Migliore. Senz'altro migliore,
se non altro migliore dell'inciviltà dell'indifferenza che crocifigge
di amnesia chi vive, e anche chi non ha niente per vivere.
Teatro del risveglio, fuori dall'agonia triste di una ridda umana che dimentica
se stessa, che lascia caduta a pezzi la memoria della sua essenza. Perché
un teatro che affonda nella carne, nell'archetipo, nella memoria è
un teatro che sa prendere in braccio l'anima degli uomini, la innalza oltre
il sapore rancido di un'epoca che è più propensa alla dimenticanza
e ad imbracciare i fucili, piuttosto che ad amare.
Il teatro è un atto d'amore. Scava nella vita, succhia dalla vita e
poi ridona se stesso, trasformato, alla vita; e lo fa con i suoni, con il
sudore e la paura, con la voce raschiata o limpida, con il sorriso e le lacrime
che tagliano il viso, con i suoi bui, e i suoi disegni di luce. E lo fa perché
lo spirito si possa risanare, elevare anche
se possibile. E lo fa prendendo
un attore, scaraventandolo con tutte le sue incertezze in un rettangolo ritagliato
nel legno e chiedendogli di separarsi dal suo io per appropriarsi di quel
che di profondo comune a tutti. Un emozione, un sentimento, un archetipo.
E per questo un attore dev'essere onesto, sincero e
suicida: deve attingere
ad un sapere universale che gli risiede dentro, che sta nascosto e sepolto
dietro infinite maschere, resistenze o narcisismo; per trarla fuori da sé
quella sostanza deve schiantare la sua immagine di sempre fino anche a sconcertare
se stesso. Deve dedicarsi all'atto generoso di cercare in sé un pezzo
da dare, da mettere al servizio, da utilizzare, forse come specchio.
"
A noi oggi interessa un attore del sangue che fa maturare la sua
immagine non in base all'osservazione ma attingendola a una radice spirituale
centrale
. egli crea di getto un uomo interno traendolo dall'unità
del suo sangue
L'arte drammatica del sangue ha un'altra origine: l'impulso
alla trasformazione interiore. Quell'insopprimibile impulso umano fedele al
detto goethiano: muori e divieni
Essere attori significa doversi trasformare
dall'interno. Questa trasformazione interiore di un uomo dalla sua esistenza
privata in una figura poetica è possibile solo attraverso l'estasi,
attraverso quella particolare condizione di religioso rapimento che esercita
la creazione artistica
L'estasi dell'attore è una maniera i rinascere
tramite la forma poetica, una singolare mistura di conscio e inconscio
" Felix Emmel.
L'attore è uno specchio: fa esperienza di vite possibili per far fare esperienza
a chi guarda di quelle stesse vite. L'attore è porta che si apre: una
soglia che il pubblico può oltrepassare per andare a vedere, o anche
per spaventarsi, chiudere gli occhi, scappare via. Scappare perché
il più delle volte davanti allo specchio si vede la propria figura
riflessa, quella che si voleva dimenticare, che ci occorreva dimenticare per
sopravvivere e non sentirsi soli, che ci hanno obliato per farci restare a
guardare. Scappare perché il più delle volte oltre la soglia
si rischia di vedere che finalmente si può smettere di restare a guardare
così come ci hanno detto di fare ed essere partecipi. Ci vuole coraggio.
E ce ne vuole per viverla davvero la vita. E' un atto d'amore anche quello,
quello dell'attore. E' un atto d'amore anche quello, quello stesso di vivere.
Teatro come rituale dove si sconfina oltre il corpo. Dove si vedono cose mollando
i lacci della logica, aprendo ferite nel tempo di tutti i giorni, annodando
la propria lingua ad un canto che viene da oltre il confine del conosciuto.
E anche teatro come sogno: del drammaturgo e poi del regista e poi dell'attore,
oppure, in certi casi, di un uomo che ha il corpo come un archivio di queste
tre conoscenze fuse una con l'altra, e allora il teatro è la fisionomia
stessa di quell'uomo attore. Teatro come sogno perché come dice Schopenhauer
ne "L'arte di invecchiare": "
niente come il sogno è
in grado di illustrare con altrettanta immediatezza l'unità che in
ultima istanza sussiste tra l'essenza fondamentale del nostro io e quella
del mondo esterno".